IMPARARE A MORIRE PER VIVERE PIENAMENTE LA VITA

 
Nella nostra vita, giorno dopo giorno, ci prepariamo per molti eventi: la nascita di un figlio, il fidanzamento, il matrimonio, per non parlare delle feste di compleanno e degli anniversari in genere. Eppure raramente ci poniamo l’obiettivo di prepararci per l’unico evento realmente certo che ci accadrà: la nostra morte.Perché aspettare il momento in cui moriremo per essere consapevoli dell’impermanenza delle cose e della finitezza della vita? Riflettere sulla nostra transitorietà aiuta a vivere pienamente il presente, la vita di tutti i giorni.
 
Essere consapevoli della propria morte ci permette di vivere utilizzando tutte le nostre risorse e potenzialità. Paradossalmente è sapere di morire che permette di vivere al meglio.Non è una riflessione alla quale siamo abituati; nelle culture occidentali la morte rappresenta uno dei principali tabù. Proprio per questo affrontare insegnamenti sulle varie culture della morte e sulle principali tecniche di consapevolezza relative all’impermanenza è un’esperienza di rinascita e trasformazione intima che vi accompagnerà per il resto della vostra vita. Nulla di straordinario, semplicemente l’accettazione di ciò che di più normale e vero esiste nella vita: la morte. Confrontarsi apertamente con le convinzioni personali e collettive che abbiamo sulla morte è una riflessione forse a volte scomoda, ma preziosa, per risvegliarsi, per ritrovare in sè stessi forze inespresse e uno sguardo nuovo alle cose del quotidiano.
 
La convinzione collettiva occidentale guarda alla morte con paura, angoscia, profonda sofferenza, a volte, terrore. Per molti la morte è un nemico, come la malattia, che minaccia di rovinare la vita, di portare via chi più amiamo, di interrompere la spensieratezza quotidiana. Molte persone sin dall’infanzia iniziano a temere la morte, magari perché hanno perso precocemente qualcuno di caro o più semplicemente perché apprendono tale paura dal contesto familiare.
Guardando al futuro con il timore della morte in agguato, faticano ad accettare il cambiamento, ad andare davvero incontro alla vita. La paura della morte rende invivibile la vita. Proprio per questo sulla morte e sul processo del morire c’è molto da imparare.
Per esempio con quanta totalità viviamo la nostra vita, con quanta autenticità e con quali priorità?
Come abbracciare il fluire della vita e amare senza attaccamento i nostri cari e le cose che ci appassionano? L’esperienza insegna che durante il processo di morte ciò che causa dolore è l’amore che non abbiamo condiviso, le parole non dette, i gesti mancati, il potenziale che non abbiamo concretizzato e la sensazione di non aver svolto fino in fondo il nostro compito, il nostro destino.
 
Confrontarsi apertamente con la morte significa proprio questo: riconoscere ciò che di incompiuto stiamo lasciando sul nostro cammino e porvi rimedio. Possiamo dunque imparare a morire e a rinascere in ogni istante della nostra vita, aperti al presente, a ciò che continuamente in ogni momento ci viene offerto, senza giudizio.
 
Quando morite esprimete esattamente ciò che è stata la vostra esperienza di vita. Essere nel processo del morire” è la descrizione più precisa della condizione umana. La capacità di riflettere sulla nostra morte ci rende unici fra le speci ed è un tratto squisitamente umano.
L’orientamento principale della cultura occidentale è quello di evitarne il pensiero, mentre le culture orientali, principalmente quella buddista, hanno fatto della riflessione sulla morte una delle loro attività centrali. Un imprevisto grave, una malattia, una perdita risvegliano chiunque di noi dall’illusione della nostra immortalità.
Accade all’improvviso e di tanto in tanto. Come un trillo del telefono che ci sveglia fastidiosamente, possiamo cercare di ignorarlo, ma il rumore resta nel sottofondo e ci disturba perennemente. Possiamo distrarci con molte attività frenetiche, possiamo prendere sostanze varie che ci distolgono dal presente, ma quando siamo nel silenzio della solitudine sentiamo il trillo.
 
Solo affrontando quel rumore di fondo possiamo liberarcene e stare in pace con noi stessi e con la realtà della nostra finitezza. Consapevolmente. Il pensiero della nostra morte ci porta sulla cima desolata della vita, dove non c’è trucco, ne riparo dietro ad accessori superflui. Siamo nudi , soli con noi stessi, con il nostro respiro, qui e adesso. Sapere che il battito del nostro cuore ci tiene a distanza molto ravvicinata con la morte non è un pensiero depressivo, al contrario può ravvivare intensamente la nostra vita e rinnovare le nostre relazioni con il mondo.Stare in meditazione esclusivamente con il nostro respiro ci distoglie da tutto ciò ce chiamiamo pomposamente vita, scopriamo una nuova forma di vita dentro di noi: grezza, elementare, autentica.
 
La consapevolezza della nostra morte ci insegna tantissime cose a proposito della vita. Ci permette di rimettere in ordine le priorità della nostra vita. Di comprendere che ciò che più conta sono le persone che amiamo. La morte è l’unica cosa certa che ci capiterà nella vita ed essere pronti ad accettarla non è un atto di resa passiva, ma un profondo movimento verso l’intensità della vita. E’ ciò che è, nient’altro.
Negare la morte significa negare la vita. Diventare vecchi, ammalarsi e morire non sono necessariamente passaggi che portano sofferenza; se li affrontiamo consapevolmente sono riti di passaggio che si integrano nella vita quotidiana e portano alla liberazione ultima di noi stessi.

Nel mondo occidentale molte pratiche ospedaliere relative alla morte la rendono asettica, tecnologica, disumanizzante. Invece la morte è un processo umano e enfatizza la relazione fra me e i miei cari. Prima abbracciamo l’idea della morte più intensamente possiamo vivere il tempo che ci resta e distruggere l’inutile quanto nociva illusione di essere indistruttibili ed eterni.