LA RICERCA: UNA STORIA D'AMORE CON L'ESISTENZA

 
La prima volta che divenni consapevole della ricerca personale o del desiderio di verità fu all’età di 7 anni.
Era un giorno caldissimo d’estate a Nashiville,Tennessee. Avevo passato tutto il pomeriggio a raccogliere e mangiare more vicino ad un albero di acero sulla collina vicino a casa. Svenni intossicato con lo stomaco pieno e mi svegliai il mattino dopo ricoperto di foglie. Dovevo essermele messe sopra per allontanare il freddo della notte. Scendendo dalla collina c’erano macchine della polizia e vicini dappertutto in casa mia. Mi avevo cercato per tutta la notte. Rimasi seduto a lungo a guardare la scena, più curioso che impaurito. Da dentro arrivo una voce: “non appartieni a tutto questo”. Quando arrivai a casa erano tutti sollevati ma mio padre mi picchiò a sangue. Per me era stata una cosa innocente ma mi fu chiara la paura che tutti gli altri avevano provato.
 
Due cose si cristallizzarono dentro di me. La Natura era la mia vera casa e la strada sarebbe diventata la mia vita. A 17 anni , per sfuggire alla violenza che vivevo in casa, tirai fuori il pollice, mi misi sulla strada con un dollaro in tasca e me ne andai per sei mesi. Fu tutto un’avventura dopo un’altra.
C’era sempre un fratello, una sorella o un lavoro nel momento del bisogno.
Così iniziai a scoprire e vivere la verità Lakota, Mitakuye Oyasin: siamo tutti connessi. La strada fu la mia prima maestra e “andare con il vento” il mio mantra.
Da San Francisco a New York, dall’Europa al territorio dello Yukon in Canada, vagabondai senza sosta sullo sfondo degli anni 60 e i primi anni 70.
Era un’epoca di droghe, sesso, rock&roll, proteste, prigione, lavori duri mentre concludevo i miei studi universitari e guidavo cerchi di peyote nei fine settimana.
Incontrai il mio primo insegnante Nativo, Shimta della nazione dei Dineh, che mi introdusse alla cerimonia dell’Inipi (la capanna sudatoria)e al Mescalito, il potere delle quattro direzioni. Ci fu anche Tahca Ushte della nazione Lakota e Nonno David della nazione degli Hopi che mi lascio riposare a casa sua in Oraibi per giorni.
Mi aiutò a toccare la misura della pace, ma il mio spirito era irrequieto, costantemente in movimento.
Qualcosa si era impossessato di me e non mi lasciava andare. Non ero sicuro che fosse la mia natura, una via di fuga, o il diavolo stesso, ma dopo un po’ ritornavo sempre sulla strada. Stavo vivendo la libertà senza consapevolezza, desideroso di scommettere sempre tutto per un singolo momento di intensità.
Era una storia d’amore con tutte le dimensioni dell’esterno, soprattutto la bellezza e il potere di Madre Terra e l’euforia di non sapere cosa sarebbe accaduto dopo.
 
Passai un anno a prendermi cura di un padre in fin di vita che si rifiutava di morire. Operazione dopo operazione gli organi colpiti dal cancro furono sostituiti da tubi e by pass fino che fu ridotto ai resti di uno scheletro.
Alla sua morte la mia vita ebbe un brusco arresto a causa delle ferite riportate durante il viaggio per arrivare ad un cantiere edile in Iowa. Guarii dentro ad un tipi nella California del nord.
Una mattina mi svegliai e trovai un libro accanto al mio letto “Il seme di senape” di Bhagwan Shree Rajneesh.
Due mesi dopo ero in viaggio verso l’ashram del mio Maestro in India con il quale passai dieci anni.
 
Fu una rinascita in tutti i sensi: emozionale, psicologica e , soprattutto, spirituale. Grazie a molti gruppi, meditazioni, lavoro e satsang giornalieri ai piedi del Maestro , l’irrequietezza si placò, la meditazione mise il seme dentro di me e la Ricerca per l’eterno inizio a cristallizzarsi come un processo consapevole.
 
Quando l’ashram si spostò nel Big Muddy Ranch in Oregon diedi via tutti I soldi che avevo ereditato e mi arresi totalmente; dalle 12 alle 18 ore di lavoro al giorno, sette giorni a settimana a scavare fossati, costruire tubature, guidare autobus, lavare piatti. Per la prima volta mi senti a casa, la ricerca conclusa e il mio scopo di vita soddisfatto. La devozione al mio Maestro attraverso il servizio per la comune sostitui il vagabondare per la strada, il cammino Nativo ed ogni romanticismo “spirituale”.
 
Era duro lavoro Zen: niente da cercare, niente a cui pensare se non quale tipo di pala era necessaria per la prossima buca e quale misura di tubo dovevamo attaccare. Era una storia d’amore con un lavoro massacrante, sporco, tra il devastante e l’estatico, risate folli di pazzia divina. Quando il sogno finì, fui ricatapultato in me, padre di un figlio neonato che doveva trovare un mezzo per sopravvivere nel mondo.
Misi su da zero una società di successo che si occupava di realizzare paesaggi naturali che amavo creare: cascate, giardini, recinzioni di legno e sassi, mura e sentieri.
Il Maestro ci richiamò di nuovo in India e andammo tutti; io , Hoku e sua madre Sadhana.
 
Dopo il fallimento del Ranch, il tradimento di Sheela, le nostre paure comuni e la nostra dipendenza Osho ci spinse ancora più in profondità per prenderci la responsabilità di noi stessi.
Quando lasciò il corpo tutto divenne molto chiaro; Osho era dentro di me per sempre e non ci sarebbe stata più nessuna separazione. E non ci sarebbe stata neanche più nessuna casa fisica.
Ancora una volta, seguendo l’irrequietezza e la spinta irrazionale del cuore , le circostanze mi riportarono sulla “buona, strada rossa” e all’incontro con altri insegnanti Nativi; tra cui Guadalupe de la Cruz della Nazione Huichiol e Wallace Alce Nero della nazione Lakota. La via della Chanupa(la sacra pipa), dei cerchi e delle cerimonie divenne ancora e più profondamente il mio modo di vivere al quale mi dedicai totalmente per sei, otto mesi all’anno e per il resto del tempo ero padre di mio figlio in New Mexico.
 
Questa fase è stata una storia d’amore con il servizio spirituale, la devozione e l’insegnamento del cuore. Se mi guardo indietro sembra davvero un sogno; migliaia di vite in una sola.
Chiudendo gli occhi tutto sparisce insieme a qualsiasi definizione di me stesso. Ciò che rimane è un’enorme gratitudine per questa esistenza , per tutto ciò che mi ha dato e tutto ciò che mi ha tolto.
Lascio tintinnare un canto dal Sonaglio, batto un ritmo dal tamburo e intono una canto di preghiera dal cuore.
 
“Heyo weya heya…” e mi inchino; dai cieli alla terra, al silenzio dentro e intorno- Wakan Tanka(grande spirito),Osho…pilamaya (grazie) aho, mitakuye oyasin (tutte le mie relazioni).